giovanni_falcone[1]LA POSTA IN GIOCO NELLO SCONTRO TRA STATO E MAFIA: LA DOMANDA CHE FECE SORRIDERE GIOVANNI FALCONE – di Giuseppe Fortuna (27 dicembre 2013)

Di seguito, la domanda che rivolsi a Giovanni Falcone nel corso di una conferenza tenuta a Roma, nel 1991, alla Scuola di polizia tributaria della Guardia di finanza e la sua risposta. Il testo è ripreso dal libro “La posta in gioco: interventi e proposte per la lotta alla mafia” edito da Rizzoli, con presentazione di Giuseppe D’Avanzo e prefazione di Maria Falcone. Ringrazio di cuore l’utente del forum internet di Ficiesse che me le ha segnalate facendomi rivivere quell’emozione. Solo una precisazione rispetto a quanto riportato nel libro. Ricordo che Falcone esordì con una risata, bella come quella della foto che ho scelto, esclamando: “Questa è una domanda da un milione di dollari!”. Spero di ritrovare e poter pubblicare l’audio.

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Magg. Giuseppe Fortuna. La realtà  che ci ha appena descritto è, come lei stesso ha più volte ripetuto, davvero agghiacciante. A me sembra che la posta in gioco, in questo scontro tra Stato e criminalità  organizzata siano oggi le stesse istituzioni democratiche e che il modello mafioso, che attualmente appare vincente, possa essere sconfitto soltanto se inizierà  ad affermarsi, nel nostro Paese, la cultura della trasparenza. Noi abbiamo un sistema economico che tollera abbondantemente l’economia sommersa, un sistema bancario strutturato in modo tale che la ricchezza circoli prevalentemente al portatore, una pubblica amministrazione più spesso ostile al cittadino che non al suo servizio, un sistema di rappresentanza elettorale in cui la preferenza dell’elettore viene mediata da strutture che della trasparenza sono la negazione. Vorrei chiedere, allora, se in un quadro così fosco non sia possibile cogliere un’indicazione di tipo positivo dal fatto che questo attacco mafioso possa portare, almeno, alla chiara individuazione delle contraddizioni di cui soffre il nostro sistema e al loro superamento verso la realizzazione di una democrazia più compiuta.

Falcone. Stamattina ho letto su un quotidiano un articolo dell’on. De Mita in cui si riconosceva che il sistema dei partiti in Italia non è più tale da rappresentare le speranze della gente; quindi, essendo tramontato il sistema delle coalizioni di degasperiana memoria, o i partiti esprimeranno, attraverso la modifica del sistema elettorale, queste nuove esigenze della società  oppure ci sarà  l’esplosione delle leghe e così via. E’ questa un’analisi condivisa in buona parte da tutti i partiti, ed è un’analisi degna di rispetto. Ma una cosa mi sembra importante: queste analisi, queste valutazioni non debbono servire per sottrarci alle nostre responsabilità  quali servitori dello Stato, quali soggetti cioè istituzionalmente preposti alla repressione di questi fenomeni. Perché una cosa è l’opera di bonifica sociale, altra è l’opera di repressione. Qualche giorno fa, in un’affollata e partecipata assemblea di magistrati a Palermo, c’è stato chi, cogliendo purtroppo larghi consensi, sosteneva che è inutile impegnarsi in attività  di contrasto della criminalità  organizzata, perché sarebbe come tentare di raccogliere l’oceano con un secchiello. È stata molto appropriata la risposta di un collega, il quale ha replicato che se anche fosse questo il compito assegnatoci, dovremmo farlo comunque. Perciò, se si afferma che questa realtà  criminale è agghiacciante, non va dimenticato che sono uomini come noi anche quelli che appartengono alla criminalità  organizzata, la quale, come tutte le cose umane, può essere affrontata e vinta. Non mi va di pensare alle istituzioni come qualcosa di diverso da noi. Noi siamo parte delle istituzioni, e non è possibile subordinare il dialogo con le altre istituzioni a seconda delle persone che, volta a volta, ricoprono incarichi di governo.
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